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Autismo: i robot possono aiutare i bambini ad aprirsi
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Tra i disturbi dello sviluppo cognitivo più complessi e difficili da diagnosticare e gestire, l’autismo (dal greco autós ‘sé stesso’) è uno dei più diffusi e, secondo recenti studi, in aumento tra i bambini. Chi soffre di autismo ha difficoltà a elaborare le informazioni e gli stimoli provenienti dal mondo esterno. Non si tratta di una malattia, ma di un insieme di disturbi che possono portare all’isolamento e alla difficoltà di rapportarsi e relazionarsi con il prossimo.
Negli ultimi anni, l’attenzione da parte delle istituzioni pubbliche in Italia è cambiata: dal 2017, infatti, il trattamento dell’autismo è entrato tra i Lea, i Livelli essenziali di assistenza garantiti dal Sistema Sanitario Nazionale. In questo modo è possibile ricevere prestazioni di diagnosi precoce, cura e trattamento personalizzato tramite l’impiego dei metodi più moderni. Inoltre, la tecnologia ha fatto enormi passi avanti, con applicazioni dedicate e robot in grado di interagire con i bambini autistici.

Diagnosticare l’autismo non è facile
Le cause dell’autismo sono ancora ignote, per cui ad oggi è difficile curarlo. In Italia, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ne soffre un bambino ogni 160 e i maschi sono colpiti quattro volte in più rispetto alle femmine. Negli Stati Uniti questo disturbo è molto più diffuso: ne soffre un bimbo ogni 68, con un tasso di crescita che è aumentato di 10 volte negli ultimi 40 anni.
La diagnosi non è facile. Si tratta infatti di un insieme di disturbi comportamentali simili a quelli di altre sindromi neuropsicologiche: non è stato ancora individuato un unico aspetto (genetico, neurologico, sintomatico) che si possa associare in modo univoco all’autismo. Di conseguenza, la diagnosi si basa soprattutto sul buon senso, sulla soggettività e sull’esperienza del medico chiamato a effettuare la valutazione.

Che cosa pensa un bambino autistico?
Se potesse comunicare in modo efficace, un bambino autistico potrebbe spiegare molto bene perché si comporta in un modo a molti incomprensibile. Ma non può farlo. Ci ha provato Ellen Notbohm, mamma di un bimbo autistico, che nel suo libro 10 cose che ogni bambino con autismo vorrebbe che tu sapessi (Edizioni Erickson, 2015) racconta i principali aspetti che caratterizzano il mondo di un bimbo autistico. Eccone alcuni esempi:

  • dietro a comportamenti aggressivi può celarsi l’impossibilità di elaborare tutti gli stimoli ricevuti: una sequenza di colori e immagini può essere addirittura dolorosa;
  • può capitare che un bambino non capisca esattamente quello che si dice, perché chi soffre di autismo necessita di un linguaggio semplice e diretto per comprendere al meglio: i giochi di parole non servono;
  • il linguaggio del corpo a volte è l’unico modo con cui riesce a comunicare: isolarsi e agitarsi sono gesti che vogliono dire qualcosa;
  • un bimbo autistico necessita di giochi semplici e lineari e occorre aiutarlo nell’interpretare le situazioni.

In poche parole, la prima via per aiutare un bambino autistico a imparare a gestire al meglio la sua vita è quella di supportarlo e capirlo. Questo disturbo ha uno spettro molto ampio di casistiche, si passa infatti dalle forme più gravi in cui le persone affette non parlano, a quelle più geniali. Di quest’ultimo gruppo fanno parte famosi ingegneri o scienziati. Si racconta, ad esempio, che il celebre fisico Albert Einstein fosse autistico. Temple Gradin, professoressa della Colorado State University, una delle più famose personalità affette da Sindrome di Asperger (una forma lieve di autismo), afferma quanto siano importanti tutti i tipi di mente per lo sviluppo dell’umanità. Come lei stessa ammette, la sua mente pensa con le immagini per risolvere i problemi, una capacità che non sempre la mente neurotipica (ovvero non autistica) è in grado di fare.

Come si può intervenire in modo efficace? Con tempestività… e con i robot
Secondo recenti studi, tra cui uno del 2017 realizzato dai ricercatori della Saint Louis University e coordinato dalla ricercatrice Debra Zand, l’intervento tempestivo, entro un anno dalla diagnosi di autismo, è fondamentale per affrontare in modo positivo alcuni comportamenti disadattivi e migliorare la vita di chi soffre di autismo.
Accanto all’intervento tempestivo, l’intelligenza artificiale è considerata un prezioso alleato ormai da molto tempo: diversi studi hanno dimostrato che grazie ai robot si possono ottenere risultati straordinari. I robot possono essere un valido supporto nella gestione dell’autismo perché, facendo leva sull’empatia che si instaura tra i piccoli e i robot umanoidi, che spesso somigliano proprio a dei bambini, è possibile abituare i soggetti autistici a interagire meglio con il mondo esterno. È questo il caso dei robot umanoidi Nao, iCub, Milo e Kaspar: ciascuno di loro ha caratteristiche proprie ma, in generale, il loro utilizzo permette un’interazione migliore con i bambini autistici. Questo perché i robot non provano emozioni: sono meno “minacciosi” rispetto a un altro essere umano e, paradossalmente, più carismatici. I bambini autistici riescono dunque a relazionarsi meglio con questi robot e iniziare un dialogo produttivo.
Nao è prodotto da Softbank Robotics e stimola i più piccoli con esercizi didattici e giochi che aiutano a sviluppare la comunicazione verbale e non verbale; iCub è invece realizzato dall’Istituto Italiano di Tecnologia e viene utilizzato nell’Ospedale Pediatrico Giannina Gaslini di Genova: è in grado di interagire con i piccoli grazie allo sguardo e alle espressioni, agisce come un assistente del terapista e diventa un tramite tra quest’ultimo e i bambini. Milo, realizzato negli Usa, ha fattezze umane e un viso espressivo: riconosce i volti e sa intrattenere i bambini. Kaspar, progettato in Inghilterra, è, invece, un robot umanoide privo di espressione: con gesti inizialmente ripetitivi e una comunicazione semplice e prevedibile, Kaspar entra in sintonia con i bambini e li prepara a relazionarsi con altri esseri umani. In futuro, si ritiene che questo robot possa essere impiegato anche per trattare le sindromi di Down e di deficit di attenzione e iperattività.

La strada è ancora lunga, la diagnosi non è facile ed entrare nella mente di questi piccoli è una sfida per medici, educatori e genitori. Si tratta però di un disturbo fuori dal comune, capace di produrre anche creatività e genialità.

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