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Effetti della dopamina: la prossima cura contro l’Alzheimer?

La malattia di Alzheimer, scoperta nel 1907 dal neurologo tedesco Alois Alzheimer, è una patologia neurodegenerativa, caratterizzata da un decorso cronico e progressivo che distrugge le cellule del cervello evolvendo in un declino delle funzioni cognitive (memoria, ragionamento e linguaggio) sino a comportare serie difficoltà a svolgere anche le normali attività quotidiane. Nei pazienti, si riscontra una graduale compromissione dei tessuti cerebrali – che sono vitali per tutte le funzioni cognitive – e un basso livello di quelle sostanze chimiche, i "neurotrasmettitori", coinvolte nella comunicazione tra le cellule nervose, come l'acetilcolina, il principale mediatore chimico della trasmissione nervosa.

Sintomi dell’Alzheimer, cause e trattamenti
Il sintomo più precoce dell'Alzheimer è la perdita di memoria, a cui segue il disorientamento spaziale e temporale fino a un progressivo disinteressamento da parte del paziente per la propria sicurezza personale, l’igiene e la nutrizione. La rapidità e l'evoluzione con cui i sintomi si acutizzano varia da persona a persona. Si ipotizza che all'origine dell'Alzheimer vi sia un alterato metabolismo della proteina APP (Amyloid Precursor Protein) che porta alla produzione di una sostanza neuro-tossica, la beta amiloide, che si accumula nel cervello portando alla degenerazione progressiva del sistema nervoso centrale.
Al momento, i trattamenti disponibili si limitano a farmaci capaci di contenere i sintomi della malattia e rallentarne la progressione, come gli inibitori dell'acetilcolinesterasi, un enzima che distrugge l'acetilcolina, il neurotrasmettitore carente nel cervello dei malati di Alzheimer. Fra le terapie non farmacologiche, buoni risultati sono stati riscontrati con la terapia di orientamento alla realtà (ROT).
Non è stato ancora scoperto un farmaco in grado di fermare la malattia e i ricercatori continuano a studiare e indagare sulle cause della malattia e, soprattutto, per cercare possibili terapie.

Uno studio tutto italiano
Di recente, uno studio condotto dai ricercatori della Fondazione Santa Lucia IRCCS, in collaborazione con l'Università Campus Bio-Medico di Roma, sembra aver trovato una nuova ipotesi terapeutica. Lo studio, condotto già nel 2017 su modelli sperimentali, nel 2018 è stato esteso all’uomo, precisamente a 170 soggetti affetti in parte da malattia di Alzheimer conclamata e in parte in fase pre-clinica di demenza.
Dalle ricerche è emerso che, per contrastare i deficit cognitivi e comportamentali provocati da questa malattia, potrebbe essere utilizzata la dopamina, un composto organico che ha funzioni di neurotrasmettitore nel sistema nervoso centrale, presente in misura rilevante nei nuclei profondi dell'encefalo. Sino a oggi, la dopamina, o meglio una sua carenza, era considerata quale causa dei sintomi del morbo di Parkinson, ma lo studio italiano ha individuato una relazione tra il deficit di comportamento, tipico dell'Alzheimer, e le reti neurali alimentate da un’area profonda del cervello preposta appunto alla produzione di dopamina, rafforzando, così, l'ipotesi di poter utilizzare la dopamina come terapia per l'Alzheimer.

I risultati dello studio
Sino a oggi, la terapia dell'Alzheimer era basata su cure farmacologiche concentrate sui circuiti colinergici, ovvero quei perimetri formati da fibre che, a livello delle loro terminazioni, trasmettono l'impulso nervoso mediante la liberazione di acetilcolina. Lo studio del 2018 ha portato a un'inversione di rotta, poiché i risultati emersi suggeriscono che per la cura dell'Alzheimer si potrebbero utilizzare farmaci che aiutino a modulare correttamente l'attività dei circuiti della dopamina.
È stato riscontrato infatti che "la progressiva degenerazione di alcuni circuiti dopaminergici concentrati soprattutto nella parte centrale e profonda del cervello è direttamente collegata con i deficit di comportamento che manifestano questi pazienti” - come spiega Laura Serra, Ricercatrice del Laboratorio di Neuroimmagini dell’Irccs Santa Lucia.
I dati dello studio pongono al centro delle cure un nuovo presupposto terapeutico associato alla dopamina che risulterebbe, dunque, capace di contrastare i deficit dei pazienti di Alzheimer.

Fonti

Ultimo aggiornamento 25-10-2019
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