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Epatite A: vaccino, diffusione e manifestazioni cliniche
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L’infezione del fegato viene definita epatite: sono molti i microrganismi che possono colpire quest’organo, ma classicamente si considerano quali principali responsabili i cosiddetti virus epatitici maggiori, chiamati con le prime cinque lettere dall’alfabeto, dalla A alla E.

Pur essendo definito con la prima lettera dell’alfabeto, il virus dell’epatite A è stato identificato dopo quello del virus dell’epatite B, ma è l’unico dei virus epatitici maggiori a dare solo forme di malattia acuta e mai cronica.

Diffusione dell’epatite A
La principale modalità di acquisizione dell’epatite A è l’ingestione di cibo o acqua contaminati dal virus, che viene eliminato con le feci dei soggetti infetti. Pertanto, non stupisce che l’infezione, che interessa ogni anno un milione e mezzo di persone al mondo, sia più diffusa nelle zone dove le condizioni igienico-sanitarie sono più scadenti. La trasmissione del virus è possibile anche per via sessuale, specialmente tra omosessuali maschi.

Tuttavia, vi è un curioso paradosso: laddove l’infezione è molto frequente, come nei paesi in via di sviluppo, tende a colpire prevalentemente in età pediatrica, quando di solito decorre in maniera asintomatica con lo sviluppo naturale di anticorpi che proteggono per tutta la vita. Nei paesi in cui invece l’infezione è infrequente, come in Italia, può colpire qualunque fascia d’età, poiché viene a mancare la “protezione” legata al contatto in età infantile con il virus.

Manifestazioni cliniche dell’epatite A
Come prima menzionato, l’epatite A può essere asintomatica, specialmente nei bambini. I segni e i sintomi, quando presenti, compaiono dopo un’incubazione di 2-4 settimane. Sono:

  • stanchezza;
  • colorazione giallastra della cute e delle mucose (ittero);
  • fegato ingrossato con dolore addominale;
  • urine scure;
  • mancanza di appetito;
  • malessere generale.

In poche settimane oltre il 99% dei casi si risolvono in modo positivo, per quanto in alcuni pazienti vi può essere un decorso bifasico: ovvero il ripresentarsi dei disturbi dopo un’apparente risoluzione, pur sempre con un esito finale benigno.

Il problema si pone soprattutto quando il virus colpisce soggetti con un sistema immunitario debole o con problemi cronici di altra natura al fegato: le manifestazioni diventano più gravi, con localizzazioni anche ad altri organi (per esempio, pancreatite, nefrite, miocardite), e il fegato può sviluppare una sofferenza iperacuta perfino fatale. Anche persone sane possono comunque sviluppare, seppur raramente, una severa insufficienza epatica acuta. Sebbene non vi sia una stima precisa, circa una persona su 1000 muore a causa dell’infezione.

La prevenzione è possibile grazie al vaccino contro l’epatite A
Purtroppo, non esiste una terapia efficace contro l’epatite A: per le forme gravi, l’unica arma possibile è il trapianto di fegato, opzione non sempre praticabile. Diventa pertanto fondamentale la prevenzione: nei paesi in via di sviluppo, sono innanzitutto fondamentali le misure per migliorare le condizioni igienico-sanitarie. Abbiamo però a disposizione un ulteriore strumento prezioso, specialmente per chi vive nei paesi sviluppati come l’Italia: il vaccino.

Si tratta di un vaccino costituito da virus inattivato, che conferisce protezione già dopo una singola dose, somministrata a livello intramuscolare. Per un’immunità di lunga durata (si parla di decenni), è necessaria  una seconda dose, da iniettare 6-12 mesi dopo la prima.

Il vaccino è sicuro e ben tollerato, e può essere somministrato anche in età pediatrica. Il vaccino può essere somministrato anche per bloccare l’infezione entro 14 giorni dal contatto con il virus. È decisamente raccomandato in varie categorie di persone: tra le principali, viaggiatori che si recano in aree a rischio, personale sanitario o di laboratorio che può essere esposto al virus, persone con malattie croniche del fegato, omosessuali maschi, familiari o contatti stretti di persone con infezione in corso.

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