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Inibitori di pompa protonica (IPP): cosa sono e come assumerli

Gli inibitori di pompa protonica (IPP) sono farmaci che hanno rivoluzionato il mondo della gastroenterologia, permettendo di trattare in maniera efficace molti disturbi e patologie a carico dello stomaco e dell’esofago. Sono tra i farmaci più diffusi al mondo, sono generalmente ben tollerati e raramente presentano effetti indesiderati; tuttavia, il loro uso prolungato può portare a cambiamenti della flora batterica intestinale, fino all’insorgenza della sindrome da sovracrescita batterica del piccolo intestino, o SIBO (dall’acronimo inglese Small Intestine Bacterial Overgrowth).

Inibitori di pompa protonica: come funzionano e quando si usano
Gli inibitori di pompa protonica agiscono sulle cellule responsabili della secrezione acida gastrica a livello della mucosa dello stomaco, bloccando la pompa a protoni in esse presenti e quindi diminuendo efficacemente la produzione di secrezione acida. Tra i vari principi attivi, i più diffusi e utilizzati sono:

  • Pantoprazolo
  • Omeprazolo
  • Esomeprazolo
  • Lansoprazolo
  • Rabeprazolo.

Gli IPP sono indicati in particolare nel trattamento della malattia da reflusso gastroesofageo, dell’ulcera peptica (ulcera gastrica o ulcera duodenale), nella terapia eradicante dell’Helicobacter pylori, nella dispepsia (cattiva digestione) e negli stati di iperacidità come la sindrome di Zollinger-Ellison (rara). In tutte queste condizioni, la loro efficacia è largamente comprovata, a prescindere dalla molecola specifica utilizzata. In particolare, per il reflusso gastroesofageo gli inibitori di pompa costituiscono la terapia medica cardine, da associare agli interventi sullo stile di vita e sull’alimentazione.

La SIBO: una complicanza rara legata all’uso degli IPP
Come abbiamo detto, gli inibitori di pompa protonica sono farmaci ritenuti generalmente sicuri; i limitati effetti collaterali che possono comparire sono di solito lievi e regrediscono con la sospensione del farmaco o con un cambio del principio attivo. Tuttavia, è bene ricordare che l’acidità gastrica, se da un lato è implicata nelle patologie citate (reflusso, ulcera, ecc.), dall’altro svolge un importante ruolo di barriera rispetto ai microrganismi provenienti dall’esterno (batteri e virus). In condizioni di normalità, la flora batterica intestinale (o microbiota) rimane confinata nell’ultima parte dell’apparato digerente, il colon (o intestino crasso), dove svolge funzioni utili all’organismo. Nei restanti tratti dell’intestino (in particolare quelli dell’intestino tenue) la carica batterica resta invece molto limitata. In caso di terapia prolungata con gli IPP, la protezione data dall’acidità gastrica viene meno, facilitando in questo modo una contaminazione patologica dell’intestino tenue da parte di specie batteriche, la cosiddetta SIBO – sindrome da sovracrescita batterica del piccolo intestino. La SIBO non è una patologia grave e pericolosa per la salute, ma è un disturbo che si può manifestare con:

  • gonfiore addominale
  • dolore addominale
  • diarrea
  • nei casi più gravi, malassorbimento e perdita di peso.

Da anni nella letteratura scientifica è in corso un dibattito sulla reale incidenza della SIBO in caso di uso di Inibitori di Pompa Protonica o, come detto sopra, di IPP. Nel 2010 uno studio italiano dal gastroenterologo dottor Lucio Lombardo dimostrò un aumento dell’incidenza di SIBO tra coloro che assumevano cronicamente farmaci inibitori di pompa. L’ipotesi è stata poi smentita da un successivo studio del 2012 eseguito in diversi centri degli USA coordinati dal gastroenterologo dottor Shiva Ratuapli. Un’ultima meta-analisi (ovvero una sintesi di tutta la letteratura scientifica sull’argomento) del 2017 del dottor Tingting Su e colleghi è invece tornata a suggerire l’associazione tra SIBO e IPP: gli autori dello studio, alla luce dei risultati ottenuti, raccomandano una più attenta prescrizione di questi farmaci, di cui spesso si abusa.

Un’alternativa agli IPP: attenzione alla dieta e agli stili di vita
Gli inibitori di pompa protonica sono farmaci efficaci, ma il loro uso, come visto, può portare a una alterazione della flora batterica intestinale, con la conseguente comparsa di disturbi come la SIBO. In virtù del loro eccellente profilo di sicurezza, spesso gli IPP sono assunti (e prescritti) in maniera eccessiva: un’attenzione maggiore alla prescrizione di questi farmaci è il primo passo per evitare di incorrere in spiacevoli effetti collaterali. In secondo luogo, solo per alcune condizioni (come l’ulcera peptica o l’infezione da Helicobacter pylori) questi farmaci sono l’unica terapia possibile; in altri casi, come la dispepsia e la malattia da reflusso gastroesofageo, il ricorso agli IPP può essere ridotto mettendo in atto alcune misure di tipo non farmacologico: ad esempio evitando caffè, cioccolato, agrumi e pomodoro e astenendosi dal consumo di alcolici e sigarette oppure assumendo farmaci a base di antiacidi o di alginati.

In ogni caso è bene discutere con il proprio medico di riferimento l’eventuale indicazione alla terapia con IPP e la possibilità di evitarla o sospenderla.

 

Fonti

  • Sleisenger and Fordtran's Gastrointestinal and Liver Disease, 10thEdition.
  • Su, T., et al., Meta-analysis: proton pump inhibitors moderately increase the risk of small intestinal bacterial overgrowth, J. Gastroenterol., volume 53, issue 1, pages 27–36, 2018.
    https://doi.org/10.1007/s00535-017-1371-9
  • Ratuapli, S. K. et al., Proton pump inhibitor therapy use does not predispose to small intestinal bacterial overgrowth. Am. J. Gastroenterol., volume 107, issue 5, pages 730–5, 2012.
    https://doi.org/10.1038/ajg.2012.4
  • Lombardo, L., et al., Increased incidence of small intestinal bacterial overgrowth during proton pump inhibitor therapy, Clin. Gastroenterol. Hepatol.,volume 8, issue 6, pages 504-508, 2010.
    https://doi.org/10.1016/j.cgh.2009.12.022

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