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Lo stato febbrile: fasi, sintomi della febbre e trattamento

Lo stato febbrile è uno dei più antichi indicatori di malattia tanto da essere presente anche in animali molto diversi dall’uomo e da rappresentare un segno comune di malattia in tutti i mammiferi. La febbre può verificarsi in risposta a malattie infettive, a infiammazione e a traumi.
La febbre (anche nota come piressia) è rappresentata dal rialzo della temperatura corporea a seguito dell’alterazione del suo sistema di regolazione. Si distingue dall'ipertermia che è, invece, l’elevazione della temperatura corporea al di sopra del valore normale, dovuta a fattori esterni indipendenti dai meccanismi di regolazione della temperatura corporea. La temperatura corporea varia infatti in relazione a fattori ambientali e biologici, ed è costantemente e finemente regolata attraverso il processo di termoregolazione. La temperatura corporea dipende dall’equilibrio tra sostanze pirogene, ovvero in grado di provocare l'innalzamento della temperatura, e sostanze anti-piretiche. In ambienti freddi, la termoregolazione permette di prevenire la perdita di calore attraverso meccanismi quali la vasocostrizione periferica (restringimento dei piccoli vasi sanguigni), l’orripilazione (pelle d’oca), la ridotta sudorazione e l’aumentata contrazione muscolare. Viceversa, in ambienti a elevata temperatura, la termoregolazione mette in atto meccanismi di termodispersione (liberazione di calore dalla superficie corporea), quali in primis la sudorazione. La temperatura corporea segue inoltre un ciclo circadiano aumentando alla sera, ovvero quando i livelli di cortisolo diminuiscono. Il cortisolo infatti è un potente antinfiammatorio endogeno (ovvero la cui origine è all'interno dell’organismo) che viene prodotto soprattutto al mattino e che è in grado di bloccare la produzione di sostanze pirogene, tra le quali le prostaglandine. Quando l’organismo è sottoposto a un determinato stress infiammatorio o infettivo la produzione di sostanze infiammatorie di risposta, quali le citochine, provoca un innalzamento della soglia di “temperatura di riferimento”, per cui la temperatura da mantenere non è più riconosciuta a 37 °C circa, ma superiore. Sia nella popolazione adulta che in quella pediatrica, temperature corporee uguali o superiori a 38 °C in misurazione rettale o 37,5°C in misurazione ascellare sono definibili come stato di febbre.

Fasi e sintomi della febbre

La febbre presenta diverse fasi alle quali si associano segni e sintomi caratteristici:

  • fase prodromica: è la fase d'ascesa della temperatura corporea ed è caratterizzata da contrazioni muscolari involontarie (brividi) e vasocostrizione periferica con piloerezione (pelle d’oca);
  • fase dell’acme febbrile: l’alterato sistema di termoregolazione fa sì che venga mantenuta la temperatura sul nuovo valore. Il paziente avverte calore, presenta pelle calda ed eritematosa (arrossata), può presentare cefalea (mal di testa), mialgia (dolore muscolare), oliguria (riduzione della diuresi), agitazione, anoressia (scarso o assente appetito), nausea e aumento della frequenza cardiaca (numero di battiti al minuto) e respiratoria(numero di inspirazioni/espirazioni al minuto);
  • fase di defervescenza: è causata dall’interruzione della produzione di pirogeni e dal ripristino del sistema di regolazione che torna a essere tarato al normale valore di 37 °C. Per tornare alla temperatura corporea idonea vengono attivati i meccanismi di termodispersione e il paziente avrà dunque sensazione di calore, sudorazione e vasodilatazione periferica. Questa fase può essere più o meno rapida, a seconda di quanto è veloce l'eliminazione della causa della febbre. La defervescenza può avvenire quindi in modo graduale o repentino, prendendo il nome rispettivamente di “defervescenza per lisi” o “defervescenza per crisi”. 

La febbre può anche essere classificata in base alle sue caratteristiche di durata in:

  • acuta: durata inferiore ai 7 giorni;
  • subacuta: durata tra i 7 e i 14 giorni;
  • cronica: durata maggiore di due settimane.

La durata della febbre rappresenta un fattore clinico importante poiché alcune infezioni, soprattutto le infezioni virali delle vie aeree, si presentano più spesso con febbre acuta, mentre altre patologie, tra le quali infezioni batteriche croniche, infezioni virali da HIV, malattie autoimmuni e malattie oncologiche, si presentano invece più frequentemente con febbre ad andamento cronico.
La febbre oltre che dalla durata può essere ulteriormente classificata in base al suo “pattern” di presentazione e si può dividere come segue:

  • febbre continua: febbre con fluttuazioni della temperatura corporea inferiori a 1 °C, caratteristica di alcune infezioni batteriche a livello respiratorio, urinario ed encefalico;
  • febbre intermittente: caratterizzata da accessi febbrili intervallati da periodi di apiressia (temperatura normale) a ricorrenza costante. Ad esempio, nella malaria, a seconda del protozoo implicato e della sua ciclica emissione nel sangue dell’organismo infetto, la febbre può essere quotidiana (ripresentandosi ogni giorno), terzana (ripresentandosi dopo due giorni di apiressia) o quartana (ripresentandosi dopo tre giorni di apiressia). Questo tipo di febbre può essere anche presente in corso di infezione tubercolare, in altre infezioni batteriche, durante lo stato di sepsi e in presenza di malattie oncologiche;
  • febbre remittente: caratterizzata da fluttuazioni giornaliere superiori ai 2 °C in assenza di periodo di apiressia. Di questo tipo di febbre fa parte anche la febbre ondulante, che presenta un graduale aumento giornaliero fino al raggiungimento di un massimo e poi una diminuzione altrettanto graduale (defervescenza per lisi) fino alla scomparsa. Quest’ultimo tipo di febbre è caratteristica di alcune infezioni tra le quali ad esempio la brucellosi;
  • febbre ricorrente: febbri della durata di pochi giorni, che si alternano a periodi di apiressia di varia durata. Molte malattie, sia infettive che non, possono presentarsi con febbri ricorrenti e tra queste sono da ricordare la tubercolosi, gli ascessi epatici e polmonari, le endocarditi infettive (infezioni del cuore), alcuni tipi di vasculite (malattie infiammatorie dei vasi sanguigni), malattie neoplastiche e linfomi.

Trattamento

Nel trattamento della febbre è sempre bene ricordare che non deve essere curata la febbre in sé, bensì la sua causa; perciò, quando possibile, prima di effettuare un trattamento della febbre dovrebbe esserne ricercato il motivo per effettuare una corretta diagnosi e impostare quindi una terapia adeguata. Lo stato febbrile presenta sia aspetti positivi che negativi. Tra gli aspetti positivi dobbiamo aver presente che alcuni microrganismi muoiono alle temperature raggiunte durante la febbre e che la funzione di difesa dei globuli bianchi è fortemente aumentata dall’innalzamento della temperatura, così come la produzione di alcune sostanze battericide e anti-tumorali. Gli aspetti negativi dello stato febbrile sono però talvolta non tollerabili, poiché la febbre si accompagna spesso ai sintomi sistemici sopra citati e può in alcuni casi determinare convulsioni febbrili e disidratazione. L’utilizzo di antipiretici è certamente consigliabile qualora la febbre sia elevata e quando alla febbre si associ un quadro di malessere generale. Il loro utilizzo deve però essere sempre oculato e in caso di persistenza dei sintomi è fondamentale consultare prontamente un medico.

Ultimo aggiornamento:21-10-2020

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