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La sempre maggiore velocità di diffusione delle notizie può causare non solo disinformazione, ma anche la cosiddetta infodemia. Scopri di cosa si tratta.

Oggi si parla di infodemia, ma in principio la disinformazione era causata principalmente dalle fake-news: definizione tutto sommato semplice per distinguere il vero dal falso nella giungla comunicativa del web e dei social network, dove qualunque opinione, affermazione o notizia – indipendentemente da chi la produce, dal fatto che poggi su dati verificati oppure no – ha il medesimo valore, che aumenta esponenzialmente nel momento in cui viene condivisa fino a diventare “virale”, cioè a diffondersi esattamente come un contagio.
Ci si è così resi conto che nella definizione di fake-news (o, più popolarmente, bufale) la semplice dicotomia “vero/falso” non era sufficiente a descrivere la portata del fenomeno: la notizia può essere vera, ma falsata dall’opinione di chi la racconta (per esempio tralasciando aspetti fondamentali o evidenziando aspetti trascurabili) o da dettagli aggiunti non reali. La “falsificazione” può essere involontaria perché, per esempio, chi diffonde la notizia ha capito male, perché non ha potuto verificarla fino in fondo, per l’urgenza di pubblicarla oppure per salvaguardare gli interessi di chi la diffonde. Per questo, è stata coniata un’altra espressione che meglio descrive la diffusione di notizie che, di fatto, si trasformano in disinformazione: post-verità.
La post-verità può dipendere anche dal ricevente: la tendenza, istintiva e generale di ciascuno di noi, è di ascoltare e comprendere informazioni che più sono coerenti con la nostra esperienza, con quello che già conosciamo e più corrisponde al nostro sistema di valori. Fenomeno ben conosciuto e molto sfruttato anche nel mondo del marketing da chi vuole “venderci” qualcosa (che sia una informazione, un prodotto o un movimento culturale, politico o ideologico, per fare qualche esempio). E se l’informazione ci dà la soddisfazione di confermare quello di cui eravamo già convinti, la tentazione di condividerla sui social è forte e, così, anche la post-verità facilmente diventa virale.


Cos’è e quali sono le cause dell’infodemia

Dal “contagio” alla malattia il passo è breve, e nel linguaggio comune è apparsa un’altra parola che ben descrive una “patologia informativa”, non per caso adottata anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità: infodemia. Il problema più recente, infatti, non è solo la veridicità delle notizie, il mix di vero e falso o di totalmente falso e la mancanza di adeguato fact checking, cioè di verifica dei fatti che richiede lavoro e molto tempo a fronte di una spaventosa velocità di propagazione delle notizie sulle piattaforme digitali. Ma soprattutto l’enorme quantità di informazioni, commenti, tweet, video, post sui social, trasmissioni televisive e radiofoniche, comunicati stampa e comunicazioni istituzionali che si sovrappongono, si contraddicono, si aggiungono confondendo il pubblico che, invece di trovare risposte, possibilmente chiare e univoche, finisce per essere pieno di dubbi sempre di più.
Ciò è ancora più frequente se si affronta un fenomeno sconosciuto, che è causa di paura per il presente e per il futuro e genera insicurezza nei comportamenti corretti da tenere per non mettere a rischio noi stessi e gli altri, e che spinge a cercare risposte che la scienza non è ancora in grado di offrire. In un contesto di infodemia, anche la comunicazione scientifica corre il rischio di diventare parte del problema: nell’impegno costante di dare risposte, rassicurazioni o avvertimenti, ma anche di smentire pericolose fake-news e post-verità, in una situazione di emergenza e in continua evoluzione, anche gli stessi scienziati, talvolta uscendo dal loro ambito di competenza specifica perché interpellati dai media in modo indifferenziato, possono sacrificare la prudenza per fornire a loro volta informazioni che si sommano a tutte le altre e che possono creare illusioni o aumentare la sfiducia.

I sintomi dell’infodemia

L’infodemia sul pubblico ha purtroppo sintomi che possono essere anche assai gravi: 

  • generare una confusione che induce a comportamenti scorretti (per esempio, togliersi la mascherina in auto o all’aperto per rimettersela quando si incontra qualcuno o si entra in un luogo chiuso, con il rischio di contaminarla con le mani, oppure non mantenere la distanza di sicurezza pensando che sia sufficiente indossarla per essere protetti dal contagio); 
  • scardinare la fiducia nei canali istituzionali che hanno dato informazioni contraddittorie o ancora troppo in divenire per essere certezze;
  • indurre chi ne è destinatario a “chiudere le comunicazioni” e a perdere informazioni fondamentali per la tutela della propria salute. 

E se l’ansia e la paura sono cause dell’infodemia, paradossalmente ne sono anche una conseguenza e provocano a loro volta effetti fisici misurabili: gli esperti hanno osservato in questi ultimi mesi un aumento della vendita di ansiolitici, antidepressivi e farmaci ipno-induttori dovuto alla crescita di disturbi dell’umore e insonnia, mentre è diminuito l’accesso al Pronto soccorso in caso di emergenza, con una crescita degli infarti anche letali per timore del contagio. Inoltre, ansia e paura possono spingere alla scelta di “comunicatori alternativi” che, evocando complotti o manipolando i dati, possono risultare più rassicuranti, mettendo però a rischio chi decide di fidarsi.

I rimedi contro l’infodemia

Come si cura (o ancora meglio si previene) l’infodemia? A parte il fact-checking condotto da professionisti che lavorano per siti e piattaforme specializzate, la creazione – da parte delle istituzioni – di organismi deputati al debunking (in pratica la demistificazione di bufale, fake news o post-verità), la crescita di siti correlati a organizzazioni scientifiche, ospedali, centri di ricerca che prontamente diffondano informazioni verificate, anche i singoli possono fare la loro parte. Innanzitutto, rassegnandosi a convivere con l’incertezza, accettando che anche la scienza è sempre in divenire e arriva alla conoscenza per piccoli o grandi passi, ma comunque progressivamente e nel tempo.

Per qualsiasi informazione è poi sempre bene controllare se:

  • la notizia arriva da un giornale, da una testata on line, dal blog di un giornalista o di un perfetto sconosciuto; 
  • chi pubblica è un sito generico: in tal caso meglio risalire alla fonte originaria (il sito di un’istituzione, di un’azienda, di un ente scientifico, di un ospedale e così via);
  • la stessa notizia è data da più fonti attendibili, agenzie di stampa e media, verificando però che non sia solo il “copia-e-incolla” acritico di una notizia ripresa, per esempio, da un giornale straniero e rilanciata da tutti. 

Maggiore cautela anche sui social: è importante controllare per esempio che la persona che ha postato una notizia sia reale e che il profilo non sia stato appena creato. Ma anche quando il contatto ci sembra degno di fiducia, è sempre meglio verificare la veridicità di quanto scritto: la persona che l’ha pubblicata potrebbe non essere conscia della sua falsità o, a sua volta, averla ripresa da qualcuno di cui si fida, senza verificarla. Esistono siti che si occupano di “sbugiardare” le fake-news: può essere sufficiente inserire in un motore di ricerca una parola o una frase chiave accompagnata dalla parola “bufala” o “fake news” per effettuare rapidamente una verifica.

In conclusione, se non si è certi della veridicità di una notizia, è bene non condividerla, né commentarla.

Ultimo aggiornamento:10-07-2020

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