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Il significato dei sogni: ricerche e psicoanalisi

Una volta, studiare il significato psicologico dei sogni interessava solo mistici, profeti e un certo psicoanalista austriaco, chiamato Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi. Nel corso del tempo lo studio dei sogni ha iniziato a interessare diverse altre branche della ricerca scientifica e della psicologia. E grazie alla tecnologia e alle moderne tecniche di neuroimaging (tecniche per la mappatura diretta o indiretta della struttura del sistema nervoso) oggi l’attività onirica si studia non solo per approfondirne i meccanismi ma anche per capire quanto possa essere utile nella nostra vita.

Il significato dei sogni: un percorso che inizia molti anni fa

Nel corso della storia, il sogno ha sempre avuto un ruolo ricco di significato. I “diari dei sogni” sono alcuni dei più antichi esempi di letteratura e i sogni nella Bibbia sono spesso trattati come profetici. Alla fine del XIX e all'inizio del XX secolo, Sigmund Freud mette i sogni al centro della psicoanalisi, sostenendo che sono la strada reale per l'inconscio.
Sognare è un’azione normale e naturale per gli esseri umani, ma gli scienziati ancora oggi si dividono sull’utilità dei sogni. Per alcuni sono inutili, come sostenne lo psichiatra statunitense John Allan Hobson, che nel 1977 pubblicò lo studio The neurobiological origins of psychoanalytic dream theory, secondo cui le deduzioni di Freud circa i sogni erano sbagliate; per altri sono invece molto utili come ha affermato Ernest Hartmann, direttore dello “Sleep Disorders Center di Boston” la cui Teoria Contemporanea del sogno ci dice che i sogni, nel tempo, aiutano a mitigare le emozioni, soprattutto quelle conseguenti a traumi. Per Hartmann, il sogno potrebbe avere quasi un’azione lenitiva delle esperienze traumatiche che viviamo nella realtà.
La scienza ancora oggi si divide quindi tra chi crede che sognare non abbia nessun significato e chi invece attribuisce ai sogni funzioni fondamentali per i nostri equilibri emotivi, mentali e fisici. Ma la scienza del sonno è relativamente “nuova”. Il sonno con movimento rapido degli occhi (Fase REM – Rapid Eye Movement) fu scoperto solo negli anni '50 del secolo scorso. E fino ad allora, la maggior parte degli scienziati pensava che il sonno fosse solo un momento in cui il cervello si spegneva e non c'era molto da studiare.
E anche se ci fosse stato, non avrebbero potuto studiarlo. Se oggi quindi si possono studiare i sogni è anche merito del progresso tecnologico e nello specifico del neuroimaging, che ha permesso agli studiosi di poter studiare un po’ di più i sogni delle persone.

Perché sogniamo?

O sarebbe meglio chiedersi, perché dormiamo? Il sonno è d'importanza vitale: dormire migliora la nostra capacità decisionale e di apprendimento, mitiga le emozioni, rimette in sesto il sistema immunitario e regola l'appetito. È talmente importante dormire che i disturbi del sonno (insonnia, pavor nocturno, nicturia per citarne alcuni) possono inficiare notevolmente la qualità della vita.
Il motivo per cui invece sogniamo è tutt’oggi oggetto di ricerca. Ma molti studi concordano sul fatto che i sogni agiscono su diversi livelli:

  • sono una componente importante dei processi mnemonici: perché aiutano l’attività cerebrale nel consolidamento di quanto si è appreso nel corso della giornata;
  • sono un’estensione della coscienza “sveglia” e riflettono l’esperienza che viviamo durante il giorno;
  • aiutano la mente a districarsi tra pensieri difficili, emozioni ed esperienze, e a raggiungere l’equilibrio psichico ed emotivo;
  • proteggono il cervello e lo preparano ad affrontare minacce, pericoli e sfide: vivendo (e superando) l’incubo, l’individuo impara ad affrontare problemi e pericoli nella vita reale.

Non esiste quindi una risposta univoca e universale sul perché sogniamo e soprattutto sul perché, in un momento in cui il nostro corpo si riposa, la mente sembra non decelerare.
Le ricerche per rispondere a queste domande sono decine. Da quelle che ci dicono che in fondo è tutta una questione di chimica, ad altre che asseriscono che il contenuto dei sogni dipende dall’intensità emotiva delle esperienze che viviamo da svegli.
Secondo uno studio svolto da un gruppo di ricercatori dell’Università La Sapienza di Roma, dell’IRCCS Santa Lucia e dell’Università de L’Aquila, realizzato grazie a tecniche di neuroimmagine, sarebbe la dopamina, un neurotrasmettitore, a determinare quanto ricordiamo di un sogno. In particolare, l’attenzione degli studiosi si è concentrata sul sistema dopaminergico di rinforzo e gratificazione cerebrale, scegliendo come riferimento 27 pazienti con il morbo di Parkinson, una patologia nota per l’evidente carenza di dopamina. Ai pazienti sono state somministrate diverse dosi di dopamina: il diverso dosaggio dei farmaci dopaminergici era collegato alla vividezza dei loro sogni, vale a dire che i sogni erano tanto più vividi in proporzione alla dopamina assunta.
Alcune idee di Freud sono state confermate dalle ricerche recenti. Come quella che se cerchi di sopprimere un pensiero durante il giorno, questo verrà a farti visita in sogno. Si chiama più scientificamente effetto “rimbalzo del sogno". Daniel Wegner, professore di psicologia dell’Università di Harvard, ha realizzato uno studio pubblicato nel 2004 su Psychological Science su questo concetto: ai partecipanti è stato detto di non concentrarsi su qualcosa prima di andare a letto, e alla fine quel qualcosa lo hanno sognato.
C'è una teoria della psicologia evolutiva che è piuttosto popolare e sostiene che i sogni ci aiutano a sopravvivere. Ci danno la possibilità di imparare a gestire le cose che ci stressano o che riteniamo particolarmente difficili da gestire nella vita reale. Per questo, secondo la teoria, i sogni sono soprattutto negativi. Nei nostri sogni può prevalere ansia, sorpresa per qualcosa di inaspettato, paura. In questo modo, quando ci svegliamo, siamo “pronti” ad affrontare le sfide del mondo reale.
Questa teoria spiegherebbe perché nei sogni ricorrono scenari primordiali: corriamo perché siamo inseguiti, cadiamo nel vuoto (e ci svegliamo prima di toccare il fondo)… tutte situazioni che di certo non succedono nella vita reale (o perlomeno non dovrebbero succedere).
Difficilmente ci sogniamo mentre leggiamo o svolgiamo attività tranquille, come scrivere o leggere che sono tutto sommato azioni che l’uomo ha appreso “recentemente”. Sogniamo situazioni che rimandano alla nostra vita primitiva, quando l’uomo scappava dai suoi predatori.

Le altre ricerche sul significato dei sogni

Gli scienziati hanno potuto studiare i sogni in diversi modi:

  • esaminando le abitudini di un sonnambulo;
  • registrando video e audio nelle stanze delle persone addormentate, per cogliere espressioni o parole emerse durante il sonno;
  • o utilizzando gli animali. Alcune delle prime ricerche sul consolidamento della memoria e sui sogni provengono infatti da studi sui ratti. Matt Wilson, che lavora al Massachusetts Institute of Technology, ha fatto una scoperta sensazionale studiando la memoria dei ratti che entrano e vagano in un labirinto. Quando i ratti, successivamente a questa attività, si sono addormentati, Matt Wilson ha notato che i loro neuroni erano ancora molto attivi: nel sonno, i topi stavano riproducendo il percorso che avevano intrapreso nel corso della giornata.

Secondo un team dello Swansea University Sleep Lab nel Regno Unito, in uno studio pubblicato nel 2018, sognare ci aiuta davvero a elaborare i ricordi e le emozioni che viviamo durante la nostra vita da svegli. La ricerca ha scoperto che l'intensità emotiva di un'esperienza vissuta da svegli può essere collegata all'intensità emotiva vissuta nel sogno e può influenzarne il contenuto. Questa sorta di collegamento tra veglia e sogno è stata confermata anche dall’“ipotesi di continuità del sogno”, una teoria secondo cui i sogni riflettono semplicemente esperienze di veglia. Il ricercatore tedesco Michael Schredl nel 2003 ha formulato un modello matematico che specifica i fattori che influenzano la probabilità che alcune esperienze vissute da svegli siano poi oggetto dei sogni che si fanno successivamente.
Nonostante questi grandi sforzi e risultati della ricerca scientifica, i sogni ad oggi sono più difficili da studiare rispetto a qualsiasi altro fenomeno naturale, perché sfuggono all’osservazione diretta, uno dei pilastri su cui si fonda il metodo scientifico. L’unica cosa su cui ci si può basare è il racconto di chi ha sognato, oppure ci si può affidare a scansioni del cervello che però non possono essere correlate a momenti precisi del sogno. Ma la ricerca va avanti e con essa il progresso tecnologico. Un giorno, molto probabilmente, i sogni potranno essere studiati in laboratorio, come qualsiasi fenomeno naturale.

Sogni, incubi e psicanalisi: il significato dei sogni e la psicoanalisi

Il fondatore della psicoanalisi, Sigmund Freud, credeva che nei sogni fosse possibile ritrovare i grandi temi che a livello inconscio dominano la mente delle persone. Per psicoanalisi si intende una teoria del funzionamento della mente e un metodo di cura e di ricerca per i disturbi psichici. Lo sviluppo della teoria psicoanalitica e della pratica psicoterapeutica ha considerato attentamente l’attività onirica dell’individuo per poter comprendere a fondo le dinamiche inconsce della mente.
Per Freud, il sogno è, a livello inconscio, la realizzazione di un desiderio che consciamente non è rappresentabile perché ritenuto troppo angosciante. Se nell’accezione comune è spesso associato a realizzazione, elevazione personale, raggiungimento di obbiettivi importanti, nella storia della psicoanalisi il sogno non ha un’accezione positiva. Il sogno rivela un conflitto tra il desiderio che vuole emergere e l’io cosciente che lo ricaccia indietro perché se ne sente minacciato. La celebre frase di Freud, L’io non è padrone in casa sua, esplicita bene questo concetto: il controllo della nostra vita risiede nella parte inconscia della mente, dove l’uomo registra le profonde verità emotive. Non in quella conscia, logica e razionale.
Se una persona si sente talmente in collera con qualcuno al punto da volergli fare del male, può sognare di ucciderlo, oppure se si sente eccitato sessualmente da un altro essere umano, può sognare di farci l’amore: queste emozioni sono troppo forti per l’Io cosciente e vanno nascoste e respinte nei lontani meandri della mente.
Da un sogno lo psicoanalista può capire quindi i conflitti interiori del paziente. Ma oltre ai sogni, ci sono anche gli incubi. Che altro non sono che sogni terrificanti, talmente spaventosi da farci svegliare. Colpiscono occasionalmente il 47% della popolazione adulta e sono ricorrenti nel 5-8% dei casi. Se sono occasionali, gli incubi non devono destare preoccupazione: la visione di un film horror, un pasto particolarmente pesante e una giornata stressante possono causare sogni agitati e angoscianti, di tanto in tanto.
Quando, invece, gli incubi si manifestano con frequenza e le emozioni negative vissute durante il brutto sogno persistono anche il giorno seguente, potremmo essere di fronte a un disturbo da incubi, in inglese nominato “Nightmare Disorder”. Per trattare questo disturbo si può utilizzare una tecnica psicoterapeutica che a quanto pare sta dando buoni risultati: si chiama terapia di ripetizione immaginativa e si basa sull’alterazione consapevole di alcuni elementi del brutto sogno: attraverso varie fasi (controllare l’incubo, visualizzare scene piacevoli, riscrivere la storia), il paziente riesce a trasformare il brutto sogno in una storia piacevole. L’idea è che, visualizzando tutti i giorni la storia modificata, questa si trasferirà anche nel sogno, sostituendo l’incubo. L’applicazione costante di questa terapia non solo porta a risolvere gradualmente gli incubi, ma migliora anche la qualità del sonno e riduce la sensazione di disagio che si portano dietro le persone che vivono le esperienze degli incubi, specialmente quelli ricorrenti.

Fonti

Ultimo aggiornamento:28-05-2020

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